La Fondazione Prada, arte e design

La Fondazione Prada si veste di griffe, ma questa volta la firma è quella dell’archistar Rem Koolhaas. La nuova sede permanente della fondazione milanese è stata ufficialmente trasferita in Largo Isarco, a sud del centro della città, in una ex distilleria di gin: la costruzione, risalente agli anni ’10 del secolo scorso, era ormai lasciata in uno stato di abbandono quando Miuccia Prada e l’architetto olandese hanno deciso di inglobare le strutture preesistenti in un articolato progetto architettonico.

Il nuovo e l’esistente interagiscono, convivono in un esempio di riqualificazione urbana che supera per sintonia con il contesto e qualità progettuale le recenti sistemazioni che hanno coinvolto gli ex edifici industriali milanesi. Qui, le strutture dure e rigide dei magazzini, laboratori e silos di fermentazione dialogano con tre nuovi edifici che circondano un ampio cortile centrale: il cosiddetto Podium, uno spazio per mostre temporanee; il Cinema, un auditorium multimediale; la Torre, un edifici di dieci piani adibito a spazio espositivo permanente per la collezione e le attività della Fondazione. Un progetto, quello di Koolhaas, Chris van Duijn e Federico Pompignoli, che prende le mosse dal tradizionale repertorio tipologico museale per fornire ai visitatori un spazio nuovo, generato dall’essenza stessa di una contemporaneità che necessita di esporre l’arte e di condividerla con il pubblico. Un progetto che a detta dello stesso architetto “non è un progetto di conservazione e non è una nuova architettura. Due condizioni che di solito vengono tenute separate qui si confrontano l’una con l’altra in uno stato di interazione permanente che offre un insieme di frammenti che non si coagula in una singola immagine, né consente a una parte di dominare le altre.”

Del tutto fuori dalle consuetudini, per la costruzione della sua sede, la Fondazione Prada ha richiesto la collaborazione di Giannetta Otilia Latis, una neuropeditra, che ha lavorato gomito a gomito con i progettisti e gli studenti dell’École nationale supérieure d’architecture de Versailles per la realizzazione, nell’edificio d’ingresso, dell’area dedicata ai bambini; mentre il regista Wes Anderson ha trovato l’atmosfera giusta per il Bar Luce, dove ha ricreato l’ambientazione di un tipico caffè milanese di inizio Novecento. Proprio intorno a questo spazio, un locale dedicato al tempo libero e ai vizzi del pubblico, si sono spese diverse considerazioni: un luogo denso di informazioni visive che – dalle strutture in acciaio a vista rimaste appese alle pareti dalla suo ultimo utilizzo, agli arredi che ricalcano la moda popolare anni Cinquanta, dal soffitto coperto da una volta in vetro ai mobili in formica e le boiserie che rivestono le pareti – liberano lo spirito della cultura italiana del secondo dopo guerra, rievocando i capolavori cinematografici del Neorealismo di De Sica e Visconti.

Lasciando la languida ed evocativa atmosfera del Bar Luce, ciò che appare assolutamente distintiva dello stile della Fondazione Prada è al Torre, un edificio in cemento bianco alto 60 metri che si innesta con carattere deciso e inconfondibile sul paesaggio urbano milanese. La pianta, l’altezza e l’orientamento sono i principi cardine di questa costruzione. L’elemento di trasparenza, le vetrate che si aprono per illuminare i sei piani di sale espositive, si alterna ad ampie tamponature di cemento armato, scandendo una successione di pieni e vuoti che garantisce una esposizione luminosa sempre differente dei locali interni; oltre ad aprire un punto panoramico, una sequenza di cannocchiali prospettici verso il circostante contesto cittadino, godibile senza soluzione di continuità dalla terrazza panoramica posta all’apice della costruzione.

“Vecchio e nuovo, orizzontale e verticale, ampio e stretto, bianco e nero, aperto e chiuso” dichiara Rem Koolhaas “questi contrasti stabiliscono la varietà di opposizioni che descrive la natura della nuova Fondazione. Introducendo numerose variabili spaziali, la complessità del progetto architettonico contribuisce allo sviluppo di una programmazione culturale aperta e in costante evoluzione, nella quale sia l’arte che l’architettura trarranno beneficio dalle loro reciproche sfide”. “Opposizioni e frammenti” sono le due parole che meglio descrivono la logica progettuale degli architetti dell’OMA, qui perfettamente rielaborate nel contesto visivo e progettuale dell’edificio: l’alternanza vuoto-pieno, luce-ombre, opacità-trasparenze raggiunge il vertice della costruzione, dove nella terrazza prende le forme della pavimentazione “optical” a scacchi bianca e nera e nella balaustra specchiata che crea dei suggestivi effetti ottici.

Nella Torre l’architettura e l’arte si fondono in un profondo connubio fatto di successioni e opposizioni, in cui risalta la collezione permanete della fondazione, curata da Germano Celant, che consta di importanti opere dal 1960 al 2016. Inaugurata da poco meno di un anno, la Torre sin dai primi disegni si erge a simbolo di una città viva e in fermento, un esempio fondamentale per la comprensione degli sviluppi dell’architettura contemporanea ormai irreversibilmente diretti verso la compenetrazione delle Arti e il dialogo con il costruito urbano circostante.

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