Il Blox. Con l’OMA Copenaghen mira allo sviluppo delle arti.

A Copenaghen, nel quartiere di Bryghusgrunden, nelle immediate vicinanze del porto storico, lo studio Office for Metropolitan Architecture, più noto come OMA, è stato impegnato nella costruzione un nuovo centro polifunzionale: innovazione e sviluppo sono le parole chiave del Blox.

Un progetto interessante, perfettamente al passo con i tempi: calzante con il fabbisogno di una popolazione sempre più coinvolta nelle tematiche sociali e culturali, sensibilizzata sull’importanza della divulgazione della ricerca in campo artistico e della progettazione urbana sostenibile. Con questi presupposti, tutti improntati sui temi della rivoluzione architettonico-urbanistica degli ultimi due decenni, l’associazione filantropica Realdania ha voluto proprio qui, nel cuore della capitale danese, una sede per il centro Danese per l’Architettura (DAC), un luogo aperto all’elaborazione di tutte le arti, concentrato sulla crescita di un ideale di sviluppo civico e creativo.

Il Blox, ha affermato Kent Martinussen, del Centro Danese per l’Architettura, “stabilirà un nuovo standard a livello internazionale di come il pubblico possa essere coinvolto nei temi dell’architettura e dello sviluppo urbano. Per esempio, l’edificio permetterà modalità totalmente inedite nella creazione di mostre ed eventi, oltre a costituire una struttura unica per proporre attività educative per bambini e studenti in diretta connessione con gli spazi didattici e di gioco esterni”.

Per dare i natali a un progetto così ambizioso, che potesse ospitare una sorprendente ridda di funzioni, dalle sale espositive e per gli eventi alle abitazioni, dai locali per la ristorazione agli spazi ludico-ricreativi, il gruppo – capeggiato da Rem Koolhaas e assistito da Ellen van Loon – è stato impegnato sin dal 2006 in numerose fasi di progettazione, che hanno visto solo nel maggio del 2013 la “posa della prima pietra” del Blox, inaugurato solo l’anno scorso.

A memoria di quella scomposizione cara all’architetto olandese che, nel 1988, insieme a Frank O. Ghery, Daniel Libeskind e Zaha Hadid, volle definirsi decostruttivista, in opposizione al movimento postmodernista, una serie solo in apparenza disordinata di cubi costituisce l’involucro che avvolge i sei piani della costruzione. I cubi, o blocchi, da cui prende il nome lo stesso edificio, vogliono formare un organismo a pianta quadrata permeabile, articolato intorno all’imponente galleria posta al piano terra, pensata per generare le direttrici e i passaggi che dalle vie limitrofe si innestano nel gruppo architettonico, garantendo così la perfetta connessione del nuovo impianto nel contesto urbano preesistente. Una direttrice, la principale, passa attraverso il Blox per connettere gli uffici amministrativi cittadini al porto, lasciando che il moderno edificio si stagli come monumento di quella ricchezza che dal mare ha favorito la Danimarca e la proietta verso il futuro.

Il Blox vuole essere a tutti gli effetti un “hub”, un connettore urbano, attraverso il quale vengono canalizzate, contenute e poi diffuse le idee, le linee topografiche della città di Copenaghen e le persone in una logica che vuole il passaggio attraverso questo edificio come un’azione di cambiamento e miglioramento culturale.

Non a caso il nucleo intorno al quale orbitano gli spazi dedicati alle varie funzioni, ubicato esattamente al centro dell’edificio, è una spettacolare sala espositiva, illuminata dalla luce naturale proveniente dall’alto, a cui si affianca la “Exhibition box”, una seconda galleria a tutta altezza, uno spazio dedicato alle mostre temporanee, un auditorium e degli uffici con annesse sale riunioni e tutte le altre destinazioni d’uso che rendono unico nel suo genere il Blox di Copenaghen.

La tecnologia usata dal gruppo Arup SPeAR per le analisi strutturali e la costruzione dell’edificio hanno goduto di un innovativo criterio di calcolo degli impatti ambientale, sociale e economico, unitamente a un’indagine di natura culturale e geografica del sito, in ottemperanza agli accordi firmati dal governo nel 2009, durante la conferenza tenutasi proprio nella capitale danese. Seguendo queste direttive, gli architetti dell’OMA hanno progettato la struttura e le facciate perché queste permettessero una riduzione significativa della CO2 rilasciata nell’atmosfera, sia durante le fasi costruttive che operative del Blox, oltre a un innovativo sistema di eliminazione delle sostanze nocive prodotte durante il ciclo; accorgimenti che hanno permesso di conferire all’intera costruzione l’attribuzione della Low Energy Class.

Infine, è importante considerare anche l’aspetto del comfort. L’edificio, infatti, è interamente rivestito di pannelli fonoisolanti in grado di assorbire, oltre ai rumori, anche le vibrazioni provenienti dalla strada sottostante. La luce naturale illumina il Blox grazie alle ampie facciate che garantiscono, insieme a un sistema centralizzato di controllo dell’illuminazione elettrica, l’ottimizzazione delle risorse durate le ore diurne; mentre la climatizzazione è affidata a un impianto di teleriscaldamento e raffrescamento basato sull’uso del calore residuo generato dalla produzione di elettricità e dal raffreddamento dell’acqua del mare.

Il Blox, interamente realizzato in acciaio e vetro, riflette il colore del mare e brilla sotto la flebile luce danese, imponendosi, nella sua successione di volumi pieni e vuoti, come un moderno fondaco, aprendosi alla vita cittadina nel luogo che fino agli anni Sessanta del secolo scorso aveva ospitato una fabbrica di birra e poi, dopo un incendio che la distrusse, un parcheggio. Nel comunicato stampa diffuso in occasione dell’inaugurazione si legge: “a space for cars becomes a space for people; a space to pass through becomes a space to reside” (uno spazio per le auto diventa uno spazio per le persone; uno spazio attraverso il quale passare diventa uno spazio dove abitare); l’Urbanistica contemporanea sta dunque tentando di recedere dalla spinta alla cementificazione sregolata e poco ponderata? A nostro parere, un esempio come quello che Blox di Copenaghen dimostra pienamente che nel fare architettura, nell’affrontare la questione, l’innovazione può andare a braccetto con il buon senso e il rispetto delle risorse ambientali.

© Photograph by Clement Guillaume, Courtesy of OMA

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