Attraversare i muri di Marina Abramovic

Nella sua autobiografia, Attraversare i muri, scritta con l’ausilio di James Kaplan, l’artista serba Marina Abramovic, ripercorre paso dopo passo gli sforzi impiegati per superare i propri limiti, si interroga su cosa siano le paure, il dolore, la fatica, su come rompere gli schemi allo scopo di acquisire una coscienza più intima di sé e del mondo che ci circonda.

“Ero preda della vergogna e dell’imbarazzo.” afferma Abramovic “Da ragazza, non riuscivo a parlare con la gente. Adesso posso stare davanti a tremila persone senza appunti, senza una traccia di quello che dirò, anche senza materiali visivi di supporto; e posso guardare negli occhi ciascun membro del pubblico, e parlare per due ore senza fatica. Che cosa è successo? È successa l’arte.”

L’artista, tra le più note nell’ambito della Performance Art, si racconta nel libro attraverso le sue debolezze e fragilità, il suo coraggio e l’intraprendenza: dall’infanzia a Belgrado alla famosa separazione con Ulay in Cina, dai numerosi ritiri spirituali in oriente alle grandi mostre personali.

Il lettore sfoglia le pagine della vita di Abramovic, straordinariamente messe a nudo, perfettamente coerenti con la spettacolarizzazione della propria esistenza: l’arte, la coscienza di dover fare arte, sin dalla prima performance ha strappato l’artista dal senso di inadeguatezza e insoddisfazione; l’artista diventa ella stessa arte, coincidente con essa, comunica, o meglio denuncia, attraverso il suo corpo gli effetti di una trasformazione. Così la timidezza diventa determinazione, la delusione diventa caparbietà, la solitudine diventa creatività. La ricerca continua di un ascetismo, di un sé superiore e di legami ancestrali con la Natura, le permette di superare i limiti, di “attraversare i muri” alla ricerca di un equilibrio necessario tra mente e corpo, affinché possa percepire l’energia degli elementi naturali e accedere a una realtà altra, in potenza.

Marina Abramovic si forma frequentando l’Accademia di Belle Arti di Belgrado, intenta in una produzione pittorica che non la soddisfa e che la spinge sempre più verso il concetto per cui è la produzione il vero processo artistico: inizia a nascere il senso della performance art, la bidimensionalità della tela non può raccontare l’artista. L’essenza del punctum che lo storico Roland Barthes definisce come l’attrazione, il particolare che in un’opera ti coglie e trasporta nel vortice delle emozioni, si esaurisce molto presto per Abramovic: lo shock iniziale deve diventare un transfert continuo, che coinvolge l’osservatore per tutta la durata di un’opera; egli partecipa con la propria presenza, assorbendo e rigettando l’energia che la performer irradia durante la sua azione. “L’unica arte che mi interessa è quella in grado di cambiare l’ideologia della società. L’arte che insegue valori esclusivamente estetici è incompleta.” L’arte restituisce la libertà all’artista di potersi esprimere con qualsiasi mezzo, fino ad arrivare all’uso del corpo come medium; siamo negli anni in cui la Body Art trasforma l’apparato artistico modernista (già fortemente contestato da storici come Hans Sedlmayr per la dimensione spersonalizzata di cui si avvaleva per formare un criterio di bellezza avulsa da tutti i valori estetici tradizionali) in un ritorno all’ipersoggettività e all’uso della figura umana per reclamare il diritto all’esistenza, qui e ora, dell’uomo e dell’artista. Lo spazio della Performance Art è il corpo dell’artista, il tempo è l’immediato, l’attimo in cui un soggetto decide di mostrarsi, elevandosi nel gioco dell’arte a idolo, la cui venerazione è unicamente sul piano intellettuale.

Attraversare i muri è il libro-guida per la comprensione non solo di una corrente sempre più importante sul panorama artistico internazionale, ma anche il processo di sperimentazione, la logica trascendentale e lo spiritualismo a monte delle pratiche artistiche di Marina Abramovic.

A qualche mese dalla chiusura di un’importante retrospettiva sulle esperienze artistiche della performer, tenutasi a Firenze presso i locali del prestigioso Palazzo Strozzi, la lettura di questo testo può aiutare a ripercorre i momenti salienti della vita di Abramovic, svelando i retroscena di opere come: Rhythm (1972), prodotta grazie a una potente espressione della più estrema carnalità; In Space (1976), che non sarebbe esistito senza la trasmissione di energia tra il corpo e lo spazio. Quindi, le opere elaborate insieme a Ulay, potenti, emotive, passionali, proprio come Marina Abramovic racconta essere stata la loro relazione personale oltre che lavorativa, Rest Energy (1980) o Nightsea Crossing (1981), in cui si rovesciano i ruoli tra mente e corpo: l’energia è una e una sola e scaturisce dall’unione completa dei due corpi. Il passo successivo si ha quando, dopo la rottura con Ulay (documentata nella stupenda performance The Lovers sulla Muraglia cinese), Abramovic afferma: “Avevo quarant’anni. Ero grassa, brutta e nessuno mi voleva. […] Non c’era più nulla, solo il vuoto. E dovevo ricominciare da capo“, sotto questa spinta torna a indagare il rapporto con la Natura nel tentativo di ritrovare lo stato di purezza originario, con The Space In Between: Marina Abramovic and Brazil (2016) e le successive installazioni dei cosiddetti Oggetti Transitori (Power Object), in cui dei blocchi di quarzo diventano vettori di uno scambio energetico tra i minerali e il corpo umano.

L’ultimo sviluppo si ha con The Artist Is Present (2012) svoltasi per tre mesi al MoMa di New York. Qui, Abramovic dimostra di aver raggiunto un tale preparazione psicologica e un livello di fusione spirituale con l’arte da riuscire ad annullare il proprio corpo: ella è fisicamente presente ma non in qualità di persona quanto nella forma di un soggetto fatto di pura energia, la sublimazione dell’arte, per questo l’artista “svanisce” diviene “altro-da-sé”, lasciando la scena allo spettatore come unico ed essenziale elemento per innescare la magia artistica, per rendere l’arte potenza viva e la performance art il suo apice. A questo proposito Abramovic dirà: “mi sembrava una bella occasione per mostrare al grande pubblico il potenziale della performance: il potere trasformativo che manca alle altre arti.

Biografia e descrizione delle opere si intrecciano in un testo redatto con la precisa intenzione di entrare in sintonia con il lettore, di farlo partecipe delle travagliate vicende parentali, amorose e amicali di una donna denudata dalla intransigente maschera dell’artista. Una lettura intensa ed espressiva, trascinante e coinvolgente, soprattutto per chi non è al primo approccio con le opere di Marina Abramovic. Nel 2012, in concomitanza della mostra al MoMA, Arthur Danto sostenne che “in un museo si passa da un’opera d’arte ad un’altra con estrema rapidità, ci si ferma a fissare un quadro per qualche minuto mentre Marina Abramović la si guarda per tutto il tempo della performance, rimanendo fino all’ultimo istante”; ebbene, questo è il medesimo piacere che il lettore assapora intraprendendo la lettura di Attraverso i muri, quando si rende conto che questo libro è solo un tassello di una missione molto più profonda, di cui si è fatta carico l’artista dichiarando l’inespresso: l’arte è energia sprigionata, è vita creata con lo scopo di farci interrogare sulle possibilità concrete dell’essere umano.

 

Marina Abramović con James Kaplan
Attraversare i muri
Bompiani, 2016
19 euro

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