Vivian Maier, vita da tata

“Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo.” Vivian Maier

Quando per la prima volta ho discusso intorno alle opere di Vivian Maier con un amico fotografo, questi sorridendo mi disse: “le foto di una tata incredibilmente alta”, da lì è scattato l’amore, il coinvolgimento, lo studio…

Tra il materiale attualmente consultabile, i cataloghi delle esposizioni che hanno presentato al grande pubblico gli scatti di Vivian Maier, i saggi più o meno scientifici, il romanzo di Francesca Diotallevi si colloca come una squisita infarinatura, una delicata rivisitazione letteraria della vita di una delle più grandi fotografe contemporanee. La stessa autrice presenta il suo testo come una biografia ispirata alla vita della Maier, costruita intorno a una serie (piccola) di informazioni note, trapelate dall’estrema riservatezza che ha contraddistinto, quasi alle soglie della patologia, la quotidianità della protagonista.

Un romanzo dalla scrittura elegante e sensibile, un testo che ricostruisce pagina dopo pagina l’aura di dolcezza e frustrazione, di intelligenza e follia, di talento e negazione appartenuta a questa fotografa, nota sul panorama internazionale solo dopo la sua morte nell’aprile del 2009.

Il libro si apre con uno squarcio sulla vita borghese della New York anni Cinquanta, quando la protagonista, Vivian, risponde a un’inserzione sul New York Herald Tribune: la famiglia di un noto scrittore americano cerca una tata. Le famiglie la incuriosiscono, a lei che non ha mai avuto una vera e propria famiglia; la incuriosisce osservare i dettagli, i piccoli meccanismi che si innescano nel mondo domestico, con le sue fragilità e i suoi drammi, una recita a cui Vivian può partecipare senza esserne coinvolta. Nella sua permanenza presso i Warren la fotografa ha modo di cogliere le crepe di una perfezione inesistente e i singoli appelli di ognuno dei componenti della famiglia, dall’annoiata moglie, stanca di procreare e strizzata in golfini impeccabili al signor Frank Warren, alle prese con le incessanti richieste di un editore troppo preso a fare soldi. Una dimensione lontana da quella della protagonista, ma questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri.

Così inizia la vita di Vivian Maiaer a New York, in una stanza dove raccogliere le sue cose, accumulare frammenti di vite, attimi di un passato che amava collezionare, scrutare; e poi la città intorno a lei, piena di sguardi, emozioni sfuggenti che si estinguono nel tempo di un battito di ciglia, gesti di rabbia o di tenerezza di una società insopportabilmente votata al progresso, caduca e invisibile, percepibile solo da una tata mentre spinge una carrozzina.

Questa è la vita che Diotallevi immagina essere stata quella della Maier: una donna solitaria e asociale, invadente quanto basta per carpire nei gesti altrui, gli istanti più loquaci della loro vita, ma guardandosi bene dal permettere agli altri di trapelare nella sua, piena di ferite mai rimarginate inferte nella sua infanzia dalla madre Marie e dal fratello Karl, incapaci di amarla e animati dalla medesima rabbia verso il mondo, sfogata contro la piccola e talentuosa Vivian, che nonostante tutto cerca il loro amore ed era disposta a perdonarli.

Così, cacciando in chi sa quale cassetto del cuore i suoi dolorosi ricordi, Vivian Maier da dietro la finestra della sua stanza, lancia un’occhiata verso tutto ciò che vive fuori di lei, sotto un perenne sole di fine giornata; allora, solo allora, estrae la sua Rolleiflex e chiude in una perfetta inquadratura il riflesso di qualcosa che in quel momento denuncia il suo diritto a esistere.

Con questo gesto, Vivian trova il suo posto nel mondo, quello dal quale fuggiva spaventata dalle sue crudezze, una realtà incapace di combattere se non chiudendosi nei suoi silenzi, un mondo di cui era pronta a denunciare i più reconditi aspetti, osservando nell’ombra le storie che le persone non sanno di vivere.

La sorprendente capacità narrativa di Francesca Diotallevi, cattura il lettore, trascinandolo in una rievocazione di sentimenti e luci, in una delicata forma verbale e in una miscellanea di fantasia ed elementi biografici, che esaltano e rendono giustizia alla vita passata in sordina di Vivian Maier.

Grazie alla successione di due piani temporali conosciamo una Vivian adulta, negli Stati uniti, comprensibile solo attraverso i ricordi ambientati in Francia, alcune volte dolorosissimi, di lei bambina. Qui, la figura della madre iraconda e indecisa e il tema famigliare vengono giustificati nella loro amara arrendevolezza all’ineluttabilità. Per questa ragione il presente è indagato ossessivamente, con la consapevolezza maniacale che quanto si vede da fuori soffre della noncuranza della persona che lo vive. “Questi istanti io li rubo. Custodisco le storie che le persone non sanno di vivere”, fa dire Francesca Diotallevi alla sua protagonista, “le persone sono distratte, gettano via con noncuranza i loro momenti migliori. Forse sono convinte che torneranno, ma i momenti non tornano”.

Ecco, dunque, il ritratto sincero di una fotografa che non si è mai presentata al mondo come un’artista, morta in povertà e malattia, lasciando che i suoi segreti più intimi scomparissero con lei. Una delle più grandi fotografe del Novecento, una figura cardine nell’evoluzione artistica americana, scoperta solo dopo lo sgombro dell’appartamento, dove la Maier ha vissuto gli ultimi anni di vita, dall’enorme quantitativo di oggetti, giornali e scatoloni, quest’ultimi pieni di frammenti strappati al tempo, tra cui migliaia di fotografie e rullini mai sviluppati che hanno fruttato a Vivian Maier una meritata notorietà (post-mortem) e a John Maloof, il quale acquistò per 380 dollari a un’asta 3000 negativi e svariati rullini, milioni di dollari di diritti.

Dietro l’obiettivo Vivian Maier trovava il suo posto, un luogo dove sconfiggere i fantasmi del passato, dando un senso al mondo intorno a lei: forse in quel momento l’artista oscurava la tata e rendeva meno gravoso il peso di una solitudine che ammantava la sua esistenza, contro la quale Maier combatteva fotografando se stessa. Negli autoritratti Viviana Maier si indaga e si giudica, mostrando il volto di una donna che altrimenti sarebbe stato spazzato via dal tempo, un volto duro e severo incapace di ridere, con gli occhi tristi e sospettosi ma anche curiosi, di chi in fondo ha ancora voglia di conoscere.

Dai tuoi occhi solamente è un romanzo toccante, saturo di sofferenze e di emozioni taciute, ambientato nel cuore di una donna in fuga dai propri sentimenti e da un talento che non credeva di possedere. Un viaggio interiore che segna un riscatto, forse non gradito da Vivian Maier, certamente non cercato, che tuttavia permette a noi di illuminare con le luci dell’Arte l’eccezionale ricerca di una fotografa non convenzionale.

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